venerdì 25 maggio 2012

Vittorio Sgarbi inaugura la mostra di Francis Bacon a Praga

Vittorio Sgarbi inaugura la mostra di Francis Bacon a Praga

giovedì 24 maggio 2012

Parliamo di terrorismo… Ma Sergio Segio, no…


Parliamo di terrorismo… Ma Sergio Segio, no…

Ci risiamo. Non nuova a situazioni simili, l’Italia è un paese in cui l’amarcord resta sempre il miglior pozzo ove sguazzare, tra schizzi d’acqua infantili e reticenze pesanti come il piombo. Piombo che è finito nelle gambe di Roberto Adinolfi, piombo che ha sconvolto quindici lunghi anni di storia della nostra era repubblicana, e che ora affligge l’immaginario più retrò, portando con sé anche le bombe. Come sempre accade, giornali e tiggì offrono al telespettatore il tempo di un giudizio lapidario, e nulla più. Non interessa il contenuto, interessano emotività e strategia vincente. Non discostandosi molto da questo cliché, la giornalistaLucia Annunziata (quanto consapevolmente non si saprà mai) ha deciso di rompere gli schemi del linguaggio televisivo per tentare di capire, attraverso affinità e differenze, quali possano essere i prodromi di questa tensione sociale che ha cominciato a portare un richiamo della violenza politica, direttamente dalla periferia più ombrosa del nostro inconscio. Nella puntata de “In ½ Ora”, andata in onda una decina di giorni fa, la Annunziata ha voluto dedicarsi al problema (che allora era solo di natura eversiva, senza che si paventasse la possibile ombra stragista) attraverso le esperienze dirette dei protagonisti  degli anni della lotta armata, fenomeno annunciato come se fosse all’anticamera di una nuova esplosione.
Da una parte Sabina Rossa, deputato del PD e figlia del sindacalista Cgil Guido Rossa (ucciso dalle Brigate Rosse il 24 gennaio 1979). Dall’altra, Sergio Segio, fondatore del gruppo eversivo Prima Linea ed ex militante armato degli anni ’70. Detto che Segio ha scontato 22 anni di detenzione in seguito alla condanna per gli omicidi dei magistrati Emilio Alessandrini (gennaio 1979) e Guido Galli (marzo 1980), detto che lungo questi anni ha abbracciato con convinzione la strada della non violenza, detto che è impegnato in numerose iniziative e organizzazioni nel campo del sociale, e che coordina una redazione impegnata a monitorare la situazione dei diritti sociali nel mondo, fa ancora specie sentire come il livore di quegli anni non sia affatto scemato, tanto da indurre più d’uno a giudizi lapidari sulla presenza dell’ex di Prima Linea in televisione.
Lo sdegno e la brama di forca non si son fatti attendere e, nonostante  la discussione abbia fatto emergere la possibilità di riuscire a capire la genesi di un movimento come quello della Federazione Anarchica Informale attraverso i mutamenti della società, il pensiero (e le parole) si sono concentrati nell’accanimento contro la tolleranza nei confronti del “peccatore”. Durissimo Cicchitto: «Pur con tutta la comprensione possibile, tuttavia Segio eviti di darci consigli sulla lotta al terrorismo». La domanda che sorge spontanea è chi, secondo Cicchitto, possa essere in grado di dare consigli in quest’ambito: se qualche giornalista, se il figlio di qualche vittima (che allora era un bambino), o qualche funzionario di polizia, magari preso tra quelli che dopo trent’anni hanno ammesso di esercitare regolare tortura a militanti ed eversori in carcere. Per Maurizio Gasparri, «la presenza di Sergio Segio in tv su Rai Tre dalla Annunziata in un momento in cui torna la violenza è una scelta vergognosa. Le tesi giustificazioniste della violenza sono un tragico errore. Lucia Annunziata cede al richiamo della foresta e si è assunta una gravissima responsabilità», mentre Lucia Annunziata adduce ad esclusive motivazioni di “par condicio” la sua scelta, contribuendo a far perdere spessore alla sua stessa intuizione.
La “par condicio” Sabina Rossa-Sergio Segio non deve esistere, proprio perché è arrivato il tempo di far cadere etichette e ruoli ormai consegnati ad una storia passata, storia da utilizzare per comprendere nuovi possibili pericoli, e non per alimentare inutili recrudescenze.
La polemica che si alza ogni qualvolta qualche esponente di quel periodo interviene in pubblico è il termometro dell’immaturità civica (oltre che etica) in cui cade spesso un paese come il nostro, abituato a non curare ferite e drammi sociali che dovrebbero essere medicati, prima che dimenticati. Compresi, prima che giudicati. La spirale di violenza (violenza che fa purtroppo parte dell’indole umana) si innesca inevitabilmente in un contesto di scontro. Si fa sempre però una gran fatica a capire quale insegnamento sia consegnato in dote da un’esperienza dolorosa come quella degli anni Settanta.
Sergio Segio è una persona a cui dovrebbe essere permesso di parlare, ed è una persona da cui si può riuscire a trarre elementi preziosi per far sì che non si possa più innescare un processo di guerra. La sua è una visione empatica di un mondo che è stato il suo. L’esperienza diretta, seppur atroce, è il miglior bagaglio culturale che si possa tramandare. L’esclusione coatta per chi ha affrontato un delicato processo intimo, il pregiudizio e l’astio nei confronti di chi ha riconosciuto e pagato i propri errori, fanno parte di un imbonimento mentale che porta ad avallare le folli pretese di un ministro che vuole riempire le strade di militari, legittimando così la stessa “dottrina dello scontro” da cui Segio ed altri sono usciti.
Una dottrina che il Ministro Cancellieri vuole cavalcare a spron battuto anche oggi, dopo la strage brindisina, rischiando di accelerare l’attrito già stridente tra istituzioni e parti sociali.  Questa è la strada più veloce verso un innalzamento della tensione che, come dice Segio, «dipenderà dalla risposta che darà lo Stato. Mettere in campo l’esercito, militarizzare il territorio come in Val di Susa, è il modo migliore per alimentare il terrorismo», quando la strada più ovvia sarebbe quella di dare «risposte economiche alla crisi, più equità, tutelare il mondo del lavoro». Perché «quando c’è il temporale è molto facile che venga a piovere, bisogna quindi attrezzarsi». Operazione che si può fare dando un occhio a quel disagio sociale che è in grado di alimentare la minaccia della violenza, ora che i nuovi brigatisti sembrano raccogliere pericolosi proseliti, e ora che nuovi desideri dinamitardi sembrano attentare al nostro quotidiano.
Anche Sabina Rossa non si discosta poi molto da questo pensiero, rimanendo però su binari squisitamente politici: cosa che – a dire il vero – fa perdere un po’ di forza al ragionamento della parlamentare (che non nasconde le proprie difficoltà quando il discorso cade sulla nuova nomina da sottosegretario per l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro). Strana l’inversione per la quale trent’anni fa era Sabina a rappresentare la parte umana di un mondo intriso di disumanità, lo stesso mondo di cui Segio recitava il ruolo principale.  Dopo anni, le posizioni sembrano invertirsi: da una parte il pensiero politichese di una donna inserita ormai in un meccanismo ben oliato, dall’altra le analisi ben più umane di chi ha avuto modo di ragionare sulla propria esperienza e sulla propria caduta.
Secondo il senatore e componente della commissione di vigilanza RAI Enzo Fasano, però, la Rai si sarebbe messa «al servizio del terrorista Segio, con l’Annunziata in veste di valletta». Il senatore non usa mezze misure: «Che pena e che vergogna», ha affermato Fasano, «invece di condanne senza esitazioni del terrorismo, si mandano in onda tesi giustificative richiamando i fatti del G8, dove c’era chi tentava di uccidere i carabinieri. Anche con la cattiva informazione si alimenta la violenza». Ecco, la cattiva informazione. La condanna del terrorismo attraverso la gogna. Le parole tanto vuote quanto voluminose, atte a schiacciare il pensiero e l’analisi: parole volte al terrore, perché – per riprendere le dichiarazioni di Segio – «quando una democrazia non riesce ad aprire gli armadi dove ci sono gli scheletri, contribuisce ad alimentare questi fatti». Tanto da non poter parlare del G8 come una delle pagine più buie della nostra democrazia.
La minaccia, dunque, incombe su un’Italia statica e incosciente, ancora avviluppata nei suoi drammi passati, in cui ama crogiolarsi. Eppure, tra militari all’orizzonte, bombe davanti alle scuole e condanne figlie dei tabù più incrostati, si continua a dire (anche per bocca delle istituzioni) che «questa volta il paese è preparato». Quel che si riscontra è invece un paese ancora convalescente e ancora alle prese con gli scheletri nel proprio armadio, che nessuno ha intenzione di smantellare. Di questa presunta preparazione ancora non v’è traccia, tra ombrelli che sembrano tutti chiusi mentre il temporale incombe alle nostre spalle.
Nicola Mente
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lunedì 21 maggio 2012

poesiafuturista

titolo - uccidiamo il chiaro di luna.
tecnica mista acrilico + olio+pigmenti+vernice murale la prima opera firmata REDT. maggio 2012.

sabato 19 maggio 2012

Cancellieri, De Gennaro, Monti e… il ritorno di Bava il Beccaio…


Cancellieri, De Gennaro, Monti e… il ritorno di Bava il Beccaio…

«Chi era Bava il Beccaio? Bombardava Milano…». E’ l’incipit di una vecchia canzone di Lucio Dalla, “Le parole incrociate”, su testo diRoberto Roversi.
Per la storia, Bava il Beccaio, al secolo il generale Fiorenzo Bava Beccaris, era un onest’uomo d’arme: quelli che usano obbedir tacendo. E siccome a lui l’ordine di bombardare i cittadini affamati che assaltavano i forni nel capoluogo meneghino glielo aveva dato il suo Primo ministro, Antonio di Rudinì (un altro fior di gentiluomo poi costretto alle dimissioni a seguito del suo coinvolgimmento nello scandalo della Banca Romana), non ci pensò due volte: e fece cannoneggiare la folla in piazza per la celebre “protesta dello stomaco”. Risultato: 80 morti e 450 feriti fra i civili. Per l’eroica impresa, ricevette da re Umberto I la Croce al Merito dei Savoia.
«Correva il 98, ora è un anno lontano» continua la canzone. Ma siamo sicuri che i cicli e le sciagure non si ripetano? Giambattista Vico non ne sarebbe così certo.
Intanto, è di pochi giorni fa, l’11 maggio scorso per la precisione, la notizia che Gianni De Gennaro è stato nominato Sottosegretario alla presidenza del Consiglio da Mario Monti.
Ricordate chi è Gianni De Gennaro? Ma sì: proprio lui che da Capo della Polizia fu accusato di aver istigato alla falsa testimonianza il questore di Genova nel processo per il sanguinoso raid alla scuola Diaz, durante i fatti del G8 del 2001.  Condannato in appello, e ancor prima della sua assoluzione in Cassazione avvenuta nello scorso novembre, nel 2008 venne promosso da Silvio Berlusconi al rango di direttore del Dipartimento per i servizi segreti. Evidentemente, le gesta di Genova, oltre a non gettare ombra su di lui, devono essere sembrata una bella impresa sia a Silvio Re che all’uomo della Goldman Sachs (toh! proprio la banca americana coinvolta nel crak finanziario del 2008) che guida ora il governo da Palazzo Chigi. In fondo, i Savoia saldarono il debito con Bava il Beccaio con una semplice onorificenza. Oggi si va ben oltre nel mostrare gratitudine ai fedeli servitori dello Stato.
Ma la promozione di De Gennaro, per quanto freschissima, non è l’ultima notizia a evocare quella ferrea posizione di intransigenza, ordine e disciplina che il Governo Monti sembra voler seguire. «Pericolo di tensioni sociali», ha sentenziato il premier. E allora, vai con una bella accelerazione verso lo stato di polizia.
E’ del 12 maggio 2012, il brillantissimo proponimento della ministra degli Interni Anna Maria Cancellieriche ventìla l’intervento dell’Esercito a protezione di Equitalia per impedire nuovi attacchi alla gloriosa istituzione che, per una contravvenzione non pagata o una tassa sulla mondezza scaduta, ti ipoteca la casa.
Non bastasse, la stessa ministra ha rincarato la dose: Esercito a protezione anche di Fincantieri, dopo l’attentato subito da Roberto Adinolfi ad opera di sedicenti anarchici (ah! questi anarchici: spuntano sempre quando l’opera di repressione è pronta… chissà com’è?). Manco il fascistoide Ignazio La Russaera arrivato a tanto: militarizziamo tutto, e buona notte al secchio.
Per finire vi propongo un quiz. Chi ha pronunciato questa frase: «Credo che gli stessi miei avversari mi avrebbero giudicato un pauroso se li avessi lasciati liberi di gettare nuova esca al fuoco»: Bava Beccaris, De Gennaro, Rudinì, Monti, Cancellieri? Rispondete con calma ma, ogni tanto, date una sbirciatina dalla finestra, tante volte una pattuglia dei Carabinieri non si sia posizionata sotto al vostro appartamento.
«Attenzione, dentro ci siamo tutti: è il potere che offende» (finisce così la canzone citata di Dalla-Roversi).
miro renzaglia
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giovedì 17 maggio 2012

una ricetta scientifica per essere creativi


conflitto della manager di Equitalia.

Onofrio del Grillo 
IL CONFLITTO DELLLA MANAGER EQUITALIA. LA SUA SOCIETA’ COMPRA CASE IPOTECATE - UNA VERGOGNA DA FARE SAPERE A TUTTI!!!

La strana situazione di Torino. Ma nelle sedici società satellite dell’agenzia che curano le riscossioni in sede locale, ci sono diversi ex politici. Anche il deputato pdl Marco Milanese, imputato nella storia della P4, vi ha sistemato alcuni suoi amici

L’implacabile macchina da guerra Equitalia porta dentro di sé diversi conflitti d’interesse.La presidente di Equitalia Nomos (la struttura sovrintende Torino e provincia, in attesa di essere inglobata in Equitalia Nord) è Matilde Carla Panzeri. Già funzionario della Banca d’Italia, oggi la Panzeri è presidente di una società pubblica che cura il recupero dei crediti dello Stato e degli enti locali. Ha quindi possibilità di accesso alle informazioni sullo stato patrimoniale dei torinesi, sulla solvibilità degli imprenditori della provincia e – tra l’altro – negli ultimi quattro anni la Panzeri attraverso i suoi dirigenti ha firmato 43mila ipoteche sulle case di Torino e il suo hinterland. La manager, però, dal 2008 è anche presidente di una società privata, la Npl spa (sede a Milano), che cura per statuto l’acquisizione di immobili, la riscossione di crediti in sofferenza, il finanziamento terzi, ed è leader nella cartolarizzazione dei crediti bancari. Solo la disponibilità dei dati pubblici, si comprende, è un chiaro vantaggio per una società privata, in questo caso la sua Npl (Non Performing Loans).

Alcune inchieste giornalistiche e di magistratura hanno già messo in evidenza come spesso nei consigli di amministrazione delle sedici società satellite di Equitalia (oggi in via di scioglimento) vi siano ex politici che controllano come nel collegio di riferimento i controlli fiscali non siano troppo serrati. L’inchiesta della Procura di Napoli sulla P4, poi, sta rivelando come il braccio destro di Giulio Tremonti, il deputato pdl Marco Milanese (per il quale il pm John Woodcock ha chiesto l’arresto), ha usato anche la società pubblica di riscossione per sistemare uomini a sè vicini. Tra questi, Guido Marchese, commercialista del sindaco di Voghera Carlo Barbieri (Pdl). Marchese è stato figura di riferimento in Equitalia Esatri (la struttura che cura la riscossione a Milano e provincia). Entrambi, il sindaco di Voghera e il suo commercialista Marchese, oggi sono agli arresti domiciliari per corruzione (l’inchiesta, appunto, su Milanese).

E spulciando negli elenchi del personale di Equitalia, si scopre che dal 2008 vi lavora Flavio Pagnozzi, figlio del segretario generale del Coni, Lello. Più o meno nello stesso periodo, ai servizi legali del Comitato Olimpico è stato contrattualizzato Marco Befera, figlio di Attilio. Potrebbe sembrare un caso di “assunzioni incrociate”

martedì 15 maggio 2012

Il Controdolore di Aldo Palazzeschi


Il controdolore di Aldo Palazzeschi

Bisogna abituarsi a ridere di tutto quello di cui abitualmente si piange, sviluppando la nostra profondità. L’uomo non può essere considerato seriamente che quando ride. La serietà in tal caso ci viene dalla ammirazione, dall’invidia, dalla vanità. Quello che si dice il dolore umano non è che il corpo caldo ed intenso della gioia ricoperto di una gelatina di fredde lagrime grigiastre. Scortecciate e troverete la felicità.
Si è già parlato del poeta futurista e crepuscolare Corrado Govoni in relazione alla sua poesia visiva della fase futurista intitolata “Il Palombaro”. Simile percorso letterario interessa un altro poeta, Aldo Palazzeschi (1885-1974), pseudonimo di Aldo Giurlani.
Palazzeschi esordì con lo studio e l’interesse rivolto al teatro che abbandonò per dedicarsi alla poesia. Il primo libro I cavalli bianchi(1905) avvicina Palazzeschi al crepuscolarismo.  Temi prediletti da Palazzeschi sono la morte, la malattia, la vecchiaia, in linea con la poetica crepuscolare.
Nelle raccolte di poesia successive è evidente la contaminazione del futurismo. È il caso deL’Incendiario dove si ritrova, tra l’altro, il famoso componimento “E lasciatemi divertire” dove il poeta s’immagina di scandalizzare il pubblico con il suo componimento astruso e irrazionale. Completamente futurista è il romanzo Il codice di Perelà (1913) e l’anno successivo, il Manifesto del Controdolore, pubblicato per la prima volta sulla rivista futurista fiorentina Lacerba.
Il Controdolore di Palazzeschi è un manifesto futurista del 29 dicembre 1913. Con l’idea delcontrodolore Palazzeschi vuole negare il dolore attraverso la farsa, gli sberleffi ed il riso. L’uomo, secondo Palazzeschi, non è fatto per soffrire: il dolore è transitorio perché la vita è gaudio. La gioia è eterna e il riso è più profondo del pianto. Ed è qui un’anticipazione delle scuole del grottesco e dell’arte dell’irrisione, se non dell’umorismo pirandelliano.  A detta di Palazzeschi, i melanconici debbono essere ricoverati; bisogna trasformare gli ospedali “in luoghi divertenti” e i funerali in cortei mascherati e grotteschi. Non ridere nel vedere uno che ride, ma nel vedere uno che piange (trarre elementi comici fecondi dalle catastrofi). Palazzeschi alza la posta in gioco dicendo, sarcasticamente, che bisogna saper ridere della malattia, della vecchiaia e della morte. Dicendo questo vuole chiaramente provocare la gente, così come facevano i futuristi durante le serate futuriste al teatro. Tutto ciò deve essere insegnato prontamente ai giovani, alle nuove generazioni perché affinché crescano bene è necessario che si abituino al riso, unica arma per manifestare il contro dolore.
Nel Manifesto del Controdolore, Palazzeschi conclude e presenta in maniera succinta i punti del suo programma:

CONCLUSIONI
Noi futuristi vogliamo guarire le razze latine, e specialmente la nostra, dal dolore cosciente, lue passatista aggravata dal romanticismo cronico, dall’affettività mostruosa e dal sentimentalismo pietoso che deprimono ogni italiano. Vogliamo perciò sistematicamente:
1. Distruggere il fantasma romantico ossessionante e doloroso delle cose dette gravi, estraendone e sviluppandone il ridicolo, col sussidio delle scienze, delle arti, della scuola.
2. Combattere il dolore fisico e morale con la loro stessa parodia. Insegnare ai bambini la massima varietà di sberleffi, di boccacce, di gemiti, lagni, strilli, per preservarli dagli abituali pianti.
3. Svalutare tutti i dolori possibili, penetrandoli, guardandoli da ogni lato, anatomizzandoli freddamente.
4. Invece di fermarsi nel buio del dolore, attraversarlo con slancio, per entrare nella luce della risata.
5. Crearsi fino da giovani il desiderio della vecchiaia, per non essere prima turbati dal fantasma di essa, poi da quello di una giovinezza che non potemmo godere. Sapersi creare la sensazione di tutti i possibili mali fisici e morali nell’ora di maggior salute e di serenità della nostra vita.
6. Sostituire l’uso dei profumi con quello dei puzzi. Fate invadere un salone da ballo da un odore fresco di rose e voi lo cullerete in un vano passeggero sorriso, fatelo invadere da quello più profondo della merda (profondità umana stupidamente misconosciuta) e voi lo farete agitare nell’ilarità, nella gioia. Voi prendete ai fiori le loro cime, i loro petali: siete dei superficiali; essi vi domandano quello che ci avete in fondo al vostro corpo di più intimo, di più maturo per la loro felicità: sono più profondi di voi.
7. Trarre dai contorcimenti e dai contrasti del dolore gli elementi della nuova risata.
8. Trasformare gli ospedali in ritrovi divertenti, mediante five o’ clock tea esilarantissimi, café-chantants, clowns. Imporre agli ammalati delle fogge comiche, truccarli come attori, per suscitare fra loro una continua gaiezza. I visitatori non potranno entrare nei palchetti delle corsie se non dopo esser passati per un apposito istituto di laidezza e di schifo, nel quale si orneranno di enormi nasi foruncolosi, di finte bende, ecc. ecc.
9. Trasformare i funerali in cortei mascherati, predisposti e guidati da un umorista che sappia sfruttare tutto il grottesco del dolore. Modernizzare e rendere comfortables i cimiteri mediante buvettes, bars, skating, montagne russe, bagni turchi, palestre. Organizzare scampagnate diurne e bals masqués notturni nei cimiteri.
10. Non ridere nel vedere uno che ride (plagio inutile), ma saper ridere nel veder uno che piange. Istituire società ricreative nelle stanze mortuarie, dettare epitaffi a base di bisticci, calembours e doppi sensi. Sviluppare perciò quell’istinto utile e sano che ci fa ridere di un uomo che cade per terra e lasciarlo rialzare da sé comunicandogli la nostra allegria.
11. Trarre tutto un nuovo comico fecondo da una mescolanza di terremoti, naufragi, incendi, ecc.
12. Trasformare i manicomi in scuole di perfezionamento per le nuove generazioni.

Uccidiamo il Chiaro di luna ( FTM)

- Olà! grandi poeti incendiarî, fratelli miei futuristi!...Olà! Paolo Buzzi, Palazzeschi, Cavacchioli, Govoni, Altomare, Folgore, Boccioni, Carrà, Russolo, Balla, Severini, Pratella, D'Alba, Mazza! Usciamo da Paralisi, devastiamo Podagra e stendiamo il gran Binario militare sui fianchi del Gorisankar, vetta del mondo!
Uscivamo tutti dalla città, con un passo agile preciso, che sembrava volesse danzare cercando ovunque ostacoli da superare. Intorno a noi, e nei nostri cuori, immensa ebrietà del vecchio sole europeo, che barcollava tra nuvole color di vino...Quel sole ci sbatté sulla faccia la sua gran torcia di porpora incandescente, poi crepò, vomitandosi tutto all'infinito.
Turbini di polvere aggressiva; acciecante fusione di zolfo, di potassa e di silicati per le vetrate dell'Ideale!...Fusione d'un nuovo globo solare che presto vedremo risplendere.
- Vigliacchi! - gridai, voltandomi verso gli abitanti di Paralisi, ammucchiati sotto di noi, massa enorme di obici irritati, già pronti per i nostri futuri cannoni.
"Vigliacchi! Vigliacchi!...Perché queste vostre strida di gatti scorticati vivi?...Temete forse che appicchiamo il fuoco alle vostre catapecchie?...Non ancora!...Dovremo pur scaldarci nell'inverno prossimo!...Per ora, ci accontentiamo di far saltare in aria tutte le tradizioni, come ponti fradici!...La guerra?...Ebbene, sì: essa è la nostra unica speranza, la nostra ragione di vivere, la nostra sola volontà!...Sì, la guerra! Contro di voi, che morite troppo lentamente, e contro tutti i morti che ingombrano le nostre strade!...
"Sì, i nostri nervi esigono la guerra e disprezzano la donna, poiché noi temiamo che braccia supplici s'intreccino alle nostre ginocchia, la mattina della partenza!...Che mai pretendono le donne, i sedentarî, gl'invalidi, gli ammalati, e tutti i consiglieri prudenti? Alla loro vita vacillante, rotta da lugubri agonie, da sonni tremebondi e da incubi grevi, noi preferiamo la morte violenta e la glorifichiamo come la sola che sia degna dell'uomo, animale da preda.
"Vogliamo che i nostri figliuoli seguano allegramente il loro capriccio, avversino brutalmente i vecchi e sbeffeggino tutto ciò che è consacrato dal tempo!
"Questo v'indigna? Mi fischiate?...Alzate la voce!...Non ho udita l'ingiuria! Più forte! Che cosa? Ambiziosi?...Certamente! Siamo degli ambiziosi, noi, perché non vogliamo strofinarci ai vostri fetidi velli, o gregge puzzolente, color di fango, canalizzato nelle strade antiche della Terra...Ma "ambiziosi" non è la parola esatta! Noi siamo piuttosto dei giovani artiglieri in baldoria!...E voi dovete, anche a vostro dispetto, abituarvi al frastuono dei nostri cannoni! Che cosa dite?...Siamo pazzi?...Evviva! Ecco finalmente la parola che aspettavo!...Ah! Ah! Bellissima trovata!...Prendete con cautela questa parola d'oro massiccio, e tornatevene presto in processione, per celarla nella più gelosa delle vostre cantine! Con quella parola fra le dita e sulle labbra, potrete vivere ancora venti secoli...Per conto mio, vi annuncio che il mondo è fradicio di saggezza!...
"E' perciò che noi oggi insegnamo l'eroismo metodico e quotidiano, il gusto della disperazione, per la quale il cuore dà tutto il suo rendimento, l'abitudine all'entusiasmo, l'abbandono alla vertigine...
"Noi insegnamo il tuffo nella morte tenebrosa sotto gli occhi bianchi e fissi dell'Ideale...E noi stessi daremo l'esempio, abbandonandoci alla furibonda Sarta delle battaglie, che, dopo averci cucita addosso una bella divisa scarlatta, sgargiante al sole, ungerà di fiamma i nostri capelli spazzolati dai proiettili...Così appunto la calura di una sera estiva spalma i campi d'uno scivolante fulgòre di lucciole.
"Bisogna che gli uomini elettrizzino ogni giorno i loro nervi ad un orgoglio temerario!...Bisogna che gli uomini giuochino d'un tratto la loro vita, senza spiare i biscazzieri bari e senza controllare l'equilibrio delle roulettes, stando chini sui vasti tappeti verdi della guerra, covati dalla fortunosa lampada del sole. Bisogna, - capite? - bisogna che l'anima lanci il corpo in fiamme, come un brulotto, contro il nemico, l'eterno nemico che si dovrebbe inventare se non esistesse!...
"Guardate laggiù, quelle spiche di grano, allineate in battaglia, a milioni...Quelle spiche, agili soldati dalle baionette aguzze, glorificano la forza del pane, che si trasforma in sangue, per sprizzar dritto, fino allo Zenit. Il sangue sappiatelo, non ha valore né splendore, se non liberato, col ferro o col fuoco, dalla prigione delle arterie! E noi insegneremo a tutti i soldati armati della terra come il sangue debba essere versato...Ma, prima, converrà ripulire la grande Caserma dove voi pullulate, insetti che siete! Ci vorrà poco...Frattanto, cimici, potete ancora tornare, per questa sera, agl'immondi giacigli tradizionali, su cui noi non vogliamo più dormire!"
Mentre volgevo loro le spalle, io sentii, dal dolore della mia schiena, che troppo a lungo avevo trascinato, nella rete immensa e nera della mia parola, quel popolo moribondo, coi suoi ridicoli guizzi di pesce ammucchiato sotto l'ultima ondata di luce che la sera spingeva alle scogliere della mia fronte.

La città di Paralisi, col suo gridìo di pollaio, coi suoi orgogli impotenti di colonne troncate, con le sue cupole tronfie che partoriscono statuette meschine, col capriccio dei suoi fumi di sigaretta sopra bastioni puerili offerti ai buffetti... scomparve alle nostre spalle, danzando al ritmo dei nostri passi veloci.
Davanti a me, ancora distante alcuni chilometri, si delineò ad un tratto il Manicomio, alto sulla groppa di una collina elegante, che sembrava trotterellare come un puledro.
- Fratelli, - diss'io - riposiamoci per l'ultima volta, prima di muovere alla costruzione del gran Binario futurista!
Ci coricammo, tutti fasciati dall'immensa follia della Via Lattea, all'ombra del Palazzo dei vivi, e subito tacque il fracasso dei grandi martelli quadrati dello spazio e del tempo...Ma Paolo Buzzi, non poteva dormire, poiché il suo corpo spossato sussultava ad ogni istante alle punture delle stelle velenose che ci assalivano da ogni parte.
- Fratello! - mormorò - scaccia lontano da me codeste api che ronzano sulla rosa porporina della mia volontà!
Poi si riaddormentò nell'ombra visionaria del Palazzo ricolmo di fantasia, da cui saliva la melopea cullante ed ampia della eterna gioia.
Enrico Cavacchioli sonnecchiava e sognava ad alta voce: - Io sento ringiovanire il mio corpo ventenne!...Io ritorno, d'un passo sempre più infantile, verso la mia culla...Presto, rientrerò nel ventre di mia madre!...Tutto, dunque, mi è lecito!...Voglio preziosi gingilli da rompere... Città da schiacciare, formicai umani da sconvolgere!...Voglio addomesticare i Venti e tenerli a guinzaglio...Voglio una muta di venti, fluidi levrieri, per dar la caccia ai cirri flosci e barbuti.
La respirazione dei miei fratelli dormenti fingeva il sonno di un mare possente, su una spiaggia. Ma l'entusiasmo inesauribile dell'aurora traboccava già dalle montagne, tanto copiosamente la notte aveva dovunque versato profumi e linfe eroiche. Paolo Buzzi, bruscamente sollevato da quella marea di delirio, si contorse, come nell'angoscia di un incubo.
- Li udite i singhiozzi della Terra?...La Terra agonizza nell'orrore della luce!...Troppi soli si chinarono al suo livido capezzale! Bisogna lasciarla dormire!...Ancora! Sempre!...Datemi delle nuvole, dei mucchi di nuvole, per coprire i suoi occhi e la sua bocca che piange!
A queste parole il Sole ci porse dall'estremità dell'orizzonte, il suo tremulo e rosso volante di fuoco.
- Alzati, Paolo! - gridai allora. - Afferra quella ruota!...Io ti proclamo guidatore del mondo!...Ma, ahimè, noi non potremo bastare al gran lavoro del Binario futurista! Il nostro cuore è ancora pieno di un ciarpame immondo: code di pavoni, pomposi galli di banderuole, leziosi fazzoletti profumati!...E non abbiamo ancora scacciate dal nostro cervello le lugubri formiche della saggezza...Ci vogliono dei pazzi!...Andiamo a liberarli!
Ci avvicinammo alle mura imbevute di gioia solare, costeggiando una sinistra vallata, ove trenta gru metalliche sollevano stridendo, dei vagoncini pieni d'una biancheria fumigante, inutile bucato di quei Puri, lavati già da ogni sozzura di logica.
Due alienisti comparvero, categorici, sulla soglia del Palazzo. Io non avevo fra le mani che uno smagliante fanale d'automobile; e fu col suo manico di lucido ottone che inculcai loro la morte.
Dalle porte spalancate, pazzi e pazze scamiciati, seminudi, eruppero a migliaia, torrenzialmente, così da ringiovanire e ricolorare il volto rugoso della Terra.
Alcuni vollero subito brandire, come bastoni d'avorio, i campanili lucenti; altri si misero a giuocare al cerchio con delle cupole...Le donne pettinavano le loro lontane capigliature di nuvole con le acute punte di una costellazione.
- O pazzi, o fratelli nostri amatissimi, seguitemi!...Noi costruiremo il Binario sulle cime di tutte le montagne, fino al mare! Quanti siete?...Tremila?...Non basta! D'altronde la noia e la monotonia troncheranno in breve il vostro bello slancio...Corriamo a domandar consiglio alle belve dei serragli accampati alle porte della Capitale. Sono gli esseri più vivi, i più sradicati, i meno vegetali! Avanti!...A Podagra! A Podagra!...
E partimmo, scarica formidabile di una chiusa immane.
L'esercito della follia si avventò di pianura in pianura, calò per le valli, ascese rapido alle cime, con lo slancio fatale e facile d'un liquido entro enormi vasi comunicanti, e infine mitragliò di grida, di fronti e di pugni le mura di Podagra che risuonò come una campana.
Dopo avere ubbriacati, uccisi o calpestati i guardiani, la gesticolante marea inondò l'immenso corridoio melmoso del serraglio, le cui gabbie, piene di velli danzanti ondeggiavano nel vapore delle urine selvatiche e oscillavano più leggiere che gabbie di canarini fra le braccia dei pazzi.
Il regno dei leoni ringiovanì la Capitale. La ribellione delle criniere e il voluminoso sforzo delle groppe inarcate a leva scolpivano le facciate. La loro forza di torrente, scavando il selciato, trasformò le vie in altrettanti tunnel dalle vôlte scoppiate. Tutta la tisica vegetazione degli abitanti di Podagra fu infornata nelle case, le quali, piene di rami urlanti, tremavano sotto la impetuosa grandinata di sgomento che crivellava i tetti.
Con bruschi slanci e con lazzi da clowns, i pazzi inforcavano i bei leoni indifferenti, che non li sentivano, e quei bizzarri cavalieri esultavano ai tranquilli colpi di coda che ad ogni istante li gettavano a terra...Ad un tratto, le belve si arrestarono, i pazzi tacquero, davanti alle mura, che non si muovevano più...
- I vecchi son morti...I giovani sono fuggiti!... Meglio così!...Presto! Siano divelti i parafulmini e le statue!...Saccheggiamo gli scrigni colmi d'oro...Verghe e monete!...Tutti i metalli preziosi saranno fusi, pel gran Binario militare!...
Ci precipitammo fuori, coi pazzi gesticolanti e le pazze scarmigliate, coi leoni, le tigri e le pantere cavalcate a nudo da cavalieri che l'ebbrezza irrigidiva contorceva ed esilarava freneticamente.
Podagra non fu più che un immenso tino, pieno di un rosso vino dai gorghi spumosi, che colava veemente dalle porte, i cui ponti levatoi erano imbuti trepidanti e sonori...
Attraversammo le rovine dell'Europa ed entrammo nell'Asia, sparpagliando lontano le orde terrorizzate di Podagra e di Paralisi, come i seminatori gettano la semente con un gran gesto circolare.
A notte piena, eravamo quasi in cielo, su l'altipiano persiano, sublime altare del mondo, i cui gradini smisurati portano popolose città. Allineati all'infinito lungo il Binario ansavamo su crogiuoli di barite, di alluminio e di manganese, che a quando a quando spaventavano le nuvole con la loro esplosione abbagliante; e ci sorvegliava, in cerchio, la maestosa ronda dei leoni che, erette le code, sparse al vento le criniere, foravano il cielo nero e profondo coi loro ruggiti tondi e bianchi.
Ma, a poco a poco, il lucente e caldo sorriso della luna traboccò dalle nuvole squarciate. E, quando ella apparve infine, tutta grondante dell'inebriante latte delle acacie, i pazzi sentirono il loro cuore staccarsi dal petto e salire verso la superficie della liquida notte.
Ad un tratto, un grido altissimo lacerò l'aria; un rumore si propagò, tutti accorsero...Era un pazzo giovanissimo, dagli occhi di vergine, rimasto fulminato sul Binario.
Il suo cadavere fu subito sollevato. Egli teneva fra le mani un fiore bianco e desioso, il cui pistillo s'agitava come una lingua di donna. Alcuni vollero toccarlo, e fu male, poiché rapidamente, con la facilità di un'aurora che si propaga sul mare, una verdura singhiozzante sorse per prodigio dalla terra increspata di onde inattese.
Dal fluttuare azzurro delle praterie, emergevano vaporose chiome d'innumerevoli nuotatrici, che schiudevano sospirando i petali delle loro bocche e dei loro occhi umidi. Allora, nell'inebbriante diluvio dei profumi, vedemmo crescere distesamente intorno a noi una favolosa foresta, i cui fogliami arcuati sembravano spossati da una brezza troppo lenta. Vi ondeggiava una tenerezza amara...Gli usignuoli bevevano l'ombra odorosa con lunghi gorgoglii di piacere, e a quando a quando scoppiavano a ridere nei cantucci giocando a rimpiattino come fanciulli vispi e maliziosi. Un sonno soavissimo vinceva lentamente l'esercito dei pazzi, che si misero a urlare dal terrore.
Irruenti, le belve si precipitarono a soccorrerli. Per tre volte, stretti in gomitoli balzanti, e con assalti uncinati di rabbia esplosiva, le tigri caricarono gli invisibili fantasmi di cui ribolliva la profondità di quella foresta di delizie...
Finalmente, fu aperto un varco: enorme convulsione di fogliami feriti, i cui lunghi gemiti svegliarono i lontani echi loquaci appiattati nella montagna. Ma, mentre ci accanivamo, tutti, a liberar le nostre gambe e le nostre braccia dalle ultime liane affettuose, sentimmo a un tratto la Luna carnale, la Luna dalle belle coscie calde, abbandonarsi languidamente sulle nostre schiene affrante.
Si udì gridare nella solitudine aerea degli altipiani:
- Uccidiamo il chiaro di Luna!
Alcuni accorsero alle cascate vicine; gigantesche ruote furono inalzate, e le turbine trasformarono la velocità delle acque in magnetici spasimi che s'arrampicarono a dei fili, su per alti pali, fino a dei globi luminosi e ronzanti.
Fu così che trecento lune elettriche cancellarono coi loro raggi di gesso abbagliante l'antica regina verde degli amori.
E il Binario militare fu costruito. Binario stravagante che seguiva la catena delle montagne più alte e sul quale si slanciarono tosto le nostre
veementi locomotive impennacchiate di grida acute, via da una cima all'altra, gettandosi in tutti i precipizi e arrampicandosi dovunque, in cerca di abissi affamati, di svolti assurdi e d'impossibili zig-zag...Tutt'intorno, da lontano, l'odio illimitato segnava il nostro orizzonte irto di fuggiaschi. Erano le orde di Podagra e di Paralisi, che noi rovesciammo nell'Indostan.
Accanito inseguimento...Ecco scavalcato il Gange! Finalmente il soffio impetuoso dei nostri petti fugò davanti a noi le nuvole striscianti, dagli avvolgimenti ostili, e noi scorgemmo all'orizzonte i sussulti verdastri dell'Oceano Indiano, a cui il sole metteva una fantastica museruola d'oro..
Sdraiato nei golfi di Oman e del Bengala, esso preparava perfidamente l'invasione delle terre.
All'estremità del promontorio di Cormorin, orlato di una poltiglia di ossami biancastri, ecco l'Asino colossale e scarno la cui groppa di cartapecora grigiastra fu incavata dal peso delizioso della Luna...Ecco l'Asino dotto, dal membro prolisso rammendato di scritture, che raglia da tempo immemorabile il suo rancore asmatico contro le brume dell'orizzonte, dove tre grandi vascelli s'avanzavano immobili, con le loro velature simili a colonne vertebrali radiografate.
Subito, l'immensa mandra delle belve cavalcate dai pazzi protese sui flutti musi innumerevoli, sotto il turbinìo delle criniere che chiamavano l'Oceano alla riscossa. E l'Oceano rispose all'appello, inarcando un dorso enorme e squassando i promontorî prima di prender lo slancio. Esso provò lungamente la propria forza, agitando le anche e ripiegando il ventre sonoro fra le sue vaste fondamenta elastiche.
Poi, con un gran colpo di reni, l'Oceano poté sollevare la propria massa e sormontò la linea angolosa delle rive...Allora, la formidabile invasione cominciò.
Noi marciavamo nell'ampio accerchiamento delle onde scalpitanti, grandi globi di schiuma bianca che rotolavano e crollavano, docciando le schiene dei leoni...Questi, allineati in semicerchio intorno a noi, prolungavano da ogni parte le zanne, la bava sibilante e gli urli delle acque. Talvolta, dall'alto delle colline, guardavano l'Oceano gonfiare progressivamente il suo profilo mostruoso, come una immensa balena che si spingesse innanzi su un milione di pinne. E fummo noi che lo guidammo così fino alla catena dell'Imalaia, aprendo, come un ventaglio, il formicolìo delle orde in fuga che volevamo schiacciare contro i fianchi del Gorisankar.
- Affrettiamoci, fratelli miei!...Volete dunque che le belve ci sorpassino? Noi dobbiamo rimanere in prima fila malgrado i nostri lenti passi che pompano i succhi della terra...Al diavolo queste mani vischiose e questi piedi che trascinano radici!...Oh! noi non siamo che poveri alberi vagabondi! Vogliamo delle ali! Facciamoci dunque degli aeroplani.
Saranno azzurri gridarono i pazzi azzurri,per sottrarci meglio agli sguardi del nemico, e per confonderci con l'azzurro del cielo, che, quando c'è vento, garrisce sulle vette come un'immensa bandiera.
E i pazzi rapirono mantelli turchini alla gloria dei Budda, nelle antiche pagode, per costruire le loro macchine volanti.
Noi ritagliammo i nostri aeroplani futuristi nella tela color d'ocra dei velieri. Alcuni avevano ali equilibranti e portando i loro motori, s'inalzavano come avoltoi insanguinati che sollevassero in cielo vitelli convulsi.
Ecco: il mio biplano multicellulare a coda direttiva: 100 HP, 8 cilindri, 80 chilogrammi...Ho fra i piedi una minuscola mitragliatrice, che posso scaricare premendo un bottone d'acciaio...
E si parte, nell'ebbrezza di un'agile evoluzione, con un volo vivace, crepitante, leggiero e cadenzato come un canto d'invito a bere e a ballare.
Urrà! Siam degni finalmente di comandare il grande esercito dei pazzi e delle belve scatenate!...
Urrà! Noi dominiamo la nostra retroguardia: l'Oceano col suo avviluppamento di schiumanti cavallerie! Avanti, pazzi, pazze, leoni, tigri, e pantere! Avanti, squadroni di flutti!...I nostri aeroplani saranno per voi, a volta a volta,bandiere di guerra e amanti appassionate! Deliziose amanti che nuotano, aperte le braccia, sull'ondeggiar dei fogliami, o che indugiano mollemente sull'altalena della brezza!. Ma guardate lassù, a destra, quelle spole azzurre...Sono i pazzi, che cullano i loro monoplani sull'amaca del vento del sud!...Io intanto, sto seduto come un tessitore davanti al telaio e vo tessendo l'azzurro serico del cielo!
Oh quante fresche vallate, quanti monti burberi, sotto di noi!...Quanti greggi di pecore rosee, sparsi sui declivi delle verdi colline che si offrono al tramonto!...Tu le amavi,anima mia!...No! No! Basta! Tu non godrai più, mai più, di simili insipidezze!...Le canne colle quali un tempo facevamo delle zampogne formano l'armatura di questo aeroplano!...Nostalgia! Ebbrezza trionfale! Presto avremo raggiunti gli abitanti di Podagra e di Paralisi, poiché voliamo rapidi ad onta delle raffiche avverse...Che dice l'anemometro?...Il vento che ci è contrario ha una velocità di cento chilometri all'ora!...Che importa? Io salgo a duemila metri, per sorpassare l'altipiano...Ecco! Ecco le orde!...Là, là, davanti a noi, e già sotto ai nostri piedi!...Guardate, laggiù, a picco, fra gli ammassi di verdura, la tumultuante follia di quel torrente umano che s'accanisce a fuggire!
Questo fracasso?...E lo schianto degli alberi! Ah! Ah! Le orde nemiche sono ormai cacciate contro l'alta muraglia del Gorisankar!...E noi diamo loro battaglia!...Udite? Udite i nostri motori come applaudono?...Olà, grande Oceano Indiano, alla riscossa!
L'Oceano ci seguiva solennemente,atterrando le mura delle città venerate e gettando di sella le torri illustri, vecchi cavalieri dall'armatura sonora, crollati giù dagli arcioni marmorei dei templi.
Finalmente! Finalmente! Eccoti dunque davanti a noi gran popolo formicolante di Podagrosi e di Paralitici, lebbra schifosa che divora i bei fianchi della montagna...Noi voliamo rapidi contro di voi, fiancheggiati dal galoppo dei leoni, nostri fratelli, e abbiamo alle spalle l'amicizia minacciosa dell'Oceano, che ci segue da vicino per impedire che s'indietreggi!...E' soltanto una precauzione, poiché non vi temiamo!...Ma voi siete innumerevoli!...E potremmo esaurire le nostre munizioni, invecchiando durante la carneficina!
Io regolerò il tiro!...L'alzo a ottocento metri! Attenti!...Fuoco!...Oh! l'ebbrezza di giocare alle biglie della Morte!...E voi non potrete carpircele!
Indietreggiate ancora? Questo altipiano sarà presto superato!...Il mio aeroplano corre sulle sue ruote, scivola sui pattini e s'alza a volo di nuovo!...Io vado contro il vento!...Bravissimi, i pazzi!
Continuate il massacro! Guardate! Io tolgo l'accensione e calo giù tranquillamente, a volo librato, con magnifica stabilità, per toccar terra dove più ferve la mischia!
"Ecco la furibonda copula della battaglia, vulva gigantesca irritata dalla foia del coraggio, vulva informe che si squarcia per offrirsi meglio al terrifico spasimo della vittoria imminente! E' nostra, la vittoria...ne sono sicuro, poiché i pazzi lanciano già al cielo i loro cuori, come bombe!...L'alzo a cento metri! Attenti!
Fuoco!...Il nostro sangue?...Sì! Tutto il nostro sangue, a fiotti, per ricolorare le aurore ammalate della Terra!...Sì, noi sapremo riscaldarti fra le nostre braccia fumanti, o misero Sole, decrepito e freddoloso, che tremi sulla cima del Gorisankar!...

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sabato 12 maggio 2012

Omaggio a Farfa futurista dall’artista americano di Seattle


Omaggio a Farfa futurista dall’artista americano di Seattle



"Anche il Farfa futurista, poeta, pittore, cartopittore, scultore, cartellonista, ceramista di Savona mandò gli auguri agli sposi Guglielmo Bozzano e Vanna Giorgis che si sposarono a Varazze il 22 ottobre 1951.

Erano suoi grandi amici e per loro scrisse una poesia - filastrocca briosa e antiromantica, come prescrivevano i dettami del Futurismo che da alcuni decenni aveva “ucciso il chiaro di luna”.

Farfa vergò a matita su di un foglio di carta intestata tre quartine in versi liberi che verso la fine trovano finalmente la rima. Lo scrivente eccezionale era nientemeno che il “miliardario della fantasia”, poeta - record - nazionale, vincitore assoluto del “premio circuito di poesia futurista” che era stato incoronato dallo stesso Marinetti con il casco lirico d’alluminio e immortalato sulla pellicola dall’amico fotografo Arnaldo Maggi di Savona.

Il fatto del singolare incoronamento era avvenuto l’8 luglio 1932 in volo su Genova a bordo di un idroplano “leggero” Caproni, quando Marinetti aveva consacrato Farfa con la formula: “ Vincitore del 1° circuito di poesia futurista e infrontato con il casco d’alluminio a 1000 m in idrocorsa”. Farfa era stato proclamato vincitore alla Galleria Pesaro di Milano nel 1930.Ora arriva dall’America un curioso poster in omaggio a Farfa futurista con la sua corona di alluminio il famoso “casco lirico” che l’amico artista Carl T. Chew di Seattle (Washington) ha voluto preparare per il famoso poeta futurista.

Accanto a Farfa si è ritratto lui stesso con una specie di corona fatta di figurine e puntine per fissarle al capo. Un omaggio sui generis nella scia di Fluxus e della Mail-art (arte postale) di cui anche lo scrivente Bruno Chiarlone Debenedetti è riconosciuto artefice a livello internazionale dal 1980 e nel 1981 invitato alla Biennale di San Paolo del Brasile".

Fonte

Graziano Cecchini al Mic


Graziano Cecchini al Mic

A che serve una piattaforma come Second Life? Dipende dall’interesse e dalla capacità di chi l’utilizza naturalmente, ma in generale a diffondere “in remoto” contenuti con un elevato impatto grafico ed emotivo, che siano realizzati all’interno della piattaforma o che tramite essa siano veicolati. Non a caso le arti visive (fotografia, scultura, architettura) sono tra le più diffuse nel mondo virtuale della Linden Lab, sia pure utilizzando come supporto prims al posto di marmo, pellicola fotografica, cemento armato o vetro). Tuttavia a mio parere uno degli utilizzi più piacevoli di Second Life può anche essere quello di realizzare eventi in cui diffondere una maggiore consapevolezza riguardo a tematiche specifiche, dalla scienza alla letteratura all’arte. Per questo apprezzo progetti come Museo Virtuale, Imparafacile, Scienza on the Road e naturalmente le attività svolte al Mic da Maxi Lane (aka Marina Bellini) e i suoi collaboratori nell’ambito del progetto Imagin@rium.
L’evento più recente a cui ho assistito “in avatar e pixel” è stato un incontro con Graziano Cecchini artista di cui, come penso la maggior parte dei presenti, avevo finora sentito solo parlare per l’eco mediatico di alcune performance come quando colorò di rosso l’acqua della fontana di Trevi, o lanciò 250 mila (per altre fonti 500 mila) palline colorate dalle scalinate di Trinità dei Monti Piazza di Spagna o ancora la “tentata irruzione” nella casa del Grande Fratello a Cinecittà (perfettamente riuscita secondo le intenzioni dell'artista). Sentire dalla viva voce di Cecchini come in realtà tutte queste performance (ed altre come la realizzazione di una formidabile porta fatta di blocchi di marmo grezzi estratti dalla breccia medicea in concomitanza con l’apertura del Festival della Creatività a Firenze nel 2010) siano state il frutto di un lavoro meticoloso, teso anzitutto a studiare il contesto in cui si sarebbero svolte così da non causare danni a monumenti, persone o ambiente e quindi pensate sempre per lanciare un messaggio “sfruttando” i meccanismi della comunicazione di massa mi ha fatto pensare quanto poco filtri, nella maggior parte dei casi, di quello che sono le intenzioni di un artista rispetto al riassunto breve e spesso distorto che ne fanno i media in un paese in cui ancora pochi anni or sono un ministro (Giulio Tremonti) dichiarava che “con la cultura non si mangia”.
Ecco dunque che Second Life può essere anche lo strumento per 1) diffondere una maggiore e migliore conoscenza sull’opera di un artista e sulle sue motivazioni 2) capire quale messaggio l’artista abbia voluto dare e come si arrivato a dar vista alla performance o all’opera d’arte specifica 3) riflettere sul costante rischio di manipolazione cui siamo soggetti da parte dei media tradizionali. Che Second Life e i mondi virtuali (ma direi tutti i social media) siano spesso stati interpretati in maniera pesantemente negativa come luoghi di futile quando non pericolosa evasione non mi stupiva in precedenza (dato che nel mondo dell’informazione ci lavoro bene o male da una dozzina d’anni e più ormai), ma a questo punto mi è anche chiaro perché nel paese che solo nella sua capitale possiede oltre il 50% dell’intero patrimonio artistico e che potrebbe uscire della crisi economica attuale semplicemente “riscoprendo” e valorizzando il suo sconfinato patrimonio culturale con l’utilizzo delle nuove tecnologie, ancora la vulgata corrente voglia che “la cultura non si mangia” e che quindi è inutile occuparcene, tanto più in un periodo così nero. Signori, aprite gli occhi: Second Life può servire a ricollegarvi al mondo reale molto più dei media “tradizionali”, per questo forse fa così paura.