mercoledì 25 aprile 2012


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L' uomo che inventa i COLORI

Balthus e Renato Guttuso, Schifano e Andy Warhol: tutti nella bottega di Memmo

Balthus e Renato Guttuso, Giorgio de Chirico e Giulio Turcato, Giorgio Morandi e Mario Schifano, Salvador Dalì e Andy Warhol, Robert Rauschenberg e Cy Twombly: gran parte degli artisti del Novecento sono passati dalla bottega di Domenico Mancini, detto Memmo, all' angolo tra via del Gesù e via del Pie' di Marmo. Oggi, che ha superato la cinquantina, Memmo continua a dispensare colori e consigli ai pittori contemporanei che arrivano qui da tutto il mondo. E quasi tutti lo chiamano «maestro». Mimmo Paladino lo ha definito «viaggiatore di alchimie». Perché soltanto lui riesce a creare quelle straordinarie miscele di pigmenti che permettono agli artisti di realizzare i capolavori sulla tela. Lui si documenta sui vecchi libri di ricette per colori, interroga gli amici restauratori come Gianluigi Colalucci, Maurizio De Luca e Carlo Giantomassi, che hanno ripulito, tra l' altro, la Cappella Sistina. Si fa spiegare le antiche composizioni delle tempere e degli olii, i cui segreti vengono oggi svelati dai moderni metodi di indagine. «Ma spesso - racconta - sono i restauratori a venire da me, quando devono rimettere a posto i quadri dei pittori del Novecento e non riescono a capire che tipo di prodotti industriali hanno usato». Con le storie che conosce, Memmo potrebbe scrivere un romanzo. A cominciare da quando aveva dodici anni e faceva il garzone in un forno a viale Trastevere. «Lì ho conosciuto Pasolini, - racconta - arrivava tutte le mattine all' alba, al rientro dalle sue notti in giro per la città e comprava le ciriole fragranti, appena uscite dal forno. Dalla panetteria al negozio di colori, il passo è breve. Mi piaceva lavorare con la farina e l' impasto dei pigmenti in fondo è simile. Così sono venuto a fare il garzone alla Ditta Poggi e qui ho conosciuto Guttuso, che nei primi anni Sessanta mi ha presentato a Balthus, il quale a quel tempo dirigeva l' Accademia di Francia. Balthus mi volle subito come suo assistente e ogni mattina lo raggiungevo a Villa Medici, dove lavorava ai suoi famosi quadri con le bambine. Le modelle, Katia e Michelina, erano le figlie adolescenti della cuoca. Io gli macinavo i colori, gli preparavo le tele con la prima mano di fondo. Lui mi affidava missioni spesso impossibili. Era altero e raffinato. Possedeva il segreto di legare le polveri agli smalti. Conosceva bene anche la pittura del Quattrocento e i materiali dell' epoca, che gli permettevano di lavorare con grande lentezza. Una volta mi chiese il "bruno di mummia", che veniva usato nell' antichità ed era estratto veramente dalle mummie egiziane». Memmo ha continuato a lavorare per Balthus anche dopo il suo ritorno in Svizzera: «Mi scriveva l' elenco dei colori che gli servivano e io caricavo la macchina e lo raggiungevo. Diventando vecchio cominciò a immaginare tele sempre più grandi. Una volta mi chiese di preparargliene alcune alla maniera di Jean Louis David, il pittore francese della Rivoluzione e dell' Impero. Mi informai e scoprii che l' imprimitura di queste tele era a base di rosso di Pozzuoli o rosso di Venezia, niente di più semplice». Un' altra volta fu Memmo a fare una sorpresa a Balthus: «Vedevo che le forze lo abbandonavano e gli feci costruire da un falegname un cavalletto che si alzava e si abbassava schiacciando semplicemente un bottone. Così poteva lavorare con meno fatica. Ne fu felice. L' ultima telefonata me la fece dalla clinica, poco prima di morire, per salutarmi». Con Guttuso era più semplice. «Lavorava con grandi quantità di colori ad olio, già pronti. Negli ultimi anni anche con degli acrilici, ma non era una persona complicata. Eravamo diventati amici. La sera, dopo aver chiuso il negozio, e la domenica mattina, lo raggiungevo nel suo studio alla salita del Grillo. C' era sempre un via vai di personaggi, da Alberto Moravia a Giorgio Amendola, da Natalino Sapegno a Paolo Bufalini». Fabrizio Clerici gli portò Dalì. «Ordinava dei pigmenti impastati con l' essenza di lavanda. Ne veniva fuori una pasta cromatica morbida, meravigliosamente setosa». Per Mario Schifano, che «amava gli smalti francesi, come quelli che usava Picasso», Memmo ha inventato i colori per lavorare su supporti fotografici, paste particolari che acquistavano trasparenza con la luce. «Aveva dieci anni più di me ed eravamo come fratelli. Sperimentavamo insieme». Dei pittori viventi preferisce non parlare: «Sono gelosi, se ne nomino uno e mi dimentico di un altro succede un pandemonio». Però un nome gli scappa: Luciano Ventrone, che fu scoperto da Federico Zeri alla fine degli anni Settanta e oggi è tra gli artisti italiani più quotati all' estero. «Grande conoscitore dei pigmenti. E' l' unico che sa usare i verdi. Abbiamo fatto amicizia da bambini. Ci incontravano per strada in bicicletta, quando lui faceva il "cascherino" da un vinaio e consegnava le bottiglie e io portavo in giro le pagnotte. Ma già aveva la passione per i colori. Come me. Come tutti i grandi sognatori». * * * MONTE CALVELLO Memmo con Balthus nel castello di Monte Calvello, dove il pittore viveva con la moglie giapponese
Colonnelli Lauretta

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